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Modificato e recensito clinicamente da THE BALANCE Squadra
Fatto verificato

Le relazioni  intime sono parte integrante della vita di moltissime persone. Secondo diversi studi, una percentuale della popolazione adulta  compresa fra il 50 ed il 75% è attualmente impegnata in una relazione di lungo periodo, o ne ha vissuto la fine negli ultimi 5 anni. E se la tendenza a trovare un partner emerge chiaramente già da giovani, questa abitudine sembra consolidarsi nella fascia d’età compresa fra i 35 ed i 55 anni. 

Le relazioni tendono ad avere un effetto positivo sulla nostra vita. Diversi studi suggerirebbero non solo un più alto livello di felicità nelle persone impegnate in una relazione rispetto ai single, ma anche una maggiore longevità ed un’incidenza più bassa di moltissime patologie. Ma se la vita di coppia è una componente fondamentale nella vita di molte persone, capita sempre più di frequente che questo idillio giunga al termine. 

La fine di un rapporto amoroso può essere vissuta in molti modi diversi, a seconda non solo della natura della relazione e della qualità della stessa, ma anche dell’autostima del soggetto e delle sue convinzioni sulla possibilità di poter andare avanti

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E se in molti casi la fine di un rapporto arriva come decisione di uno solo dei partner, non sono pochi i casi in cui una relazione finisce di comune accordo, a causa dell’insoddisfazione di entrambe le parti. In ogni caso, la fine di una relazione segna molto spesso un punto di svolta (positivo o negativo) nella vita delle persone, che a volte non viene vissuto nel migliore dei modi da almeno un partner.

Come si può affrontare la fine di una relazione in modo costruttivo? Come possiamo attraversare serenamente questo periodo di transizione, sfruttando il dolore per imparare preziose lezioni ma senza lasciare che esso ci travolga completamente, come spesso capita? Come possiamo fare in modo che le ferite di un rapporto possano aiutarci nella nostra prossima relazione?

Appare improbabile riuscire a vivere la fine di una relazione amorosa senza fare esperienza di emozioni e sensazioni negative. La chiusura di un rapporto, specie quando “subita” e non voluta, porta ad un riadattamento forzato della quotidianità e alla privazione, a volte improvvisa, di un rapporto attraverso il quale un soggetto riusciva con successo a soddisfare i suoi bisogni. 

Lontano dall’essere un sintomo di debolezza, il dolore connota la prima parte del periodo post-relazione. 

Provare dolore è normale, fisiologico, e come vedremo più avanti un passaggio inevitabile che, in alcuni casi, tentiamo ingenuamente di posticipare, non facendo altro che amplificare la portata emotiva della situazione. 

In un primo momento, è consigliabile fare qualsiasi cosa possa aiutare a far scorrere il dolore, metabolizzarlo. In questo processo, che può durare qualche giorno ma eventualmente protrarsi per settimane o mesi, l’individuo ritrova un suo equilibrio in una dimensione post-relazione. Non ci sono regole precise per affrontare questa fase, che in realtà richiede solamente il non reprimere le sensazioni negative. 

Il fenomeno della rottura è stato oggetto di studi approfonditi in ambito psicologico e relazionale. Da un punto di vista psicologico, oggi sappiamo che negli individui che vivono la fine di una relazione con una carica emotiva capace di interferire con la propria quotidianità, sono presenti due elementi: 

  • la convinzione di non poter trovare una nuova dimensione all’interno della quale soddisfare i propri bisogni.
  • La sensazione di aver perso una parte della propria identità.

Se è vero che il problema non è il problema, è piuttosto la mancanza di soluzioni ad esserlo, la percezione di scarsità e mancanza di soluzioni di cui fanno esperienza molte persone reduci da una rottura, è il primo elemento da individuare e di cui occuparsi, sia che si decida di affrontare questa fase di “transizione” con un professionista, sia che si voglia viverla in privato. 

Ruolo e identità: una distinzione cruciale  

Se la nostra sfera psicologica fosse una casa, le fondamenta sarebbero rappresentate dalla nostra identità. L’idea che abbiamo di noi stessi e le “basi” su cui siamo in grado di farla poggiare, non solo forniscono un indispensabile sostegno che ci accompagnerà nel corso della nostra vita, ma funzionano anche da “Profezia autoavverante”. Secondo diversi psicologi e psichiatri, la necessità di rimanere coerenti con l’idea che si ha di sé è una delle spinte motivazionali più forti di cui una persona possa fare esperienza. Tuttavia, sebbene l’identità sia indubbiamente la pietra angolare dell’intera sfera psicologica dell’individuo, sono in pochi a comprenderne fino in fondo l’importanza. Molto spesso, si tende a confondere infatti la nostra identità con i vari ruoli che rivestiamo nel corso della nostra vita.

Ma perché accade questo? Costruire un’identità solida è un processo lungo e faticoso, che specialmente in età adulta richiede uno sforzo consapevole e la disponibilità a mettersi in discussione, due concetti oramai entrati a pieno titolo nel vocabolario collettivo, ma che raramente vengono onorati. 

Molto più spesso, infatti, le persone scelgono di evitare il lavoro sulla propria identità, andando a “rimpiazzarla” con alcuni surrogati: i ruoli. Esempi di ruoli possono essere: 

  • genitore (madre, padre)
  • partner (fidanzato, fidanzata)
  • titolo lavorativo (dirigente, impiegato, libero professionista)

Tentare di inserire un ruolo al posto della propria identità è una scelta molto rischiosa, che raramente paga dividendi, e che nel lungo termine porta spesso a conseguenze disastrose. Se in un primo momento si può infatti trovare un effimero sollievo, nel momento in cui una di queste aree della nostra vita vive un momento di sofferenza, ci ritroveremo a oscillare molto più del dovuto, proprio per via della componente “identitaria” che sentiamo traballare. 

Se chi ha sostituito alla propria identità la sua posizione lavorativa (sono un manager d’azienda) entrerà in sofferenza nel momento in cui la sua occupazione dovesse trovarsi in pericolo, chi ha scelto di basare l’idea di sé stesso (in tutto o in parte) sul suo ruolo di fidanzato o fidanzata, tenderà a vivere la fine della relazione in modo potenzialmente “tragico”. 

La fine di una relazione, specialmente quando non voluta, è motivo di grandi sofferenze. Molti sono infatti gli elementi che vengono bruscamente a mancare, e che obbligano i partner ad una riorganizzazione forzata non solo in termini di abitudini di vita, ma anche di abitudini psicologiche. Tuttavia, in un soggetto con un’identità solida, che si basi non su ruoli ma su abilità e consapevolezza di sé, la possibilità che la fine di un rapporto vada a minare in maniera significativa l’equilibrio psicologico, è assai remota. A causare dolore in quel caso sarà la fine dell’amore, la privazione della vicinanza fisica ed emotiva con una persona alla quale si teneva molto e ad una routine soddisfacente o felice, ma non vi sarà alcuna sensazione di perdita di sè. 

Una relazione può finire per diversi motivi, ma l’occhio del terapeuta non impiegherà molto per individuare alcuni “errori” ai quali ricondurre la rottura. Per il partner che viene lasciato, molto spesso la fine di un rapporto è un momento di enorme sconforto, in cui l’attenzione va a canalizzarsi su tutto ciò che la rottura toglierà alla propria vita, andando a favorire la formazione e di convinzioni depotenzianti, come: 

non sono in grado di portare avanti una relazione

c’è sempre qualcuno migliore di me

non troverò mai un’altra persona come il mio vecchio partner

raramente infatti si investe del tempo per analizzare la propria relazione e indivudarne le crucialità. Ma investigare i motivi che hanno portato alla rottura può essere una straordinaria occasione di crescita! Se state affrontando una rottura, guardate con occhio critico al rapporto con il vostro partner, per cercare di capire in che modo possiate evitare gli commettere gli stessi errori nella vostra prossima relazione. 

Sebbene alla base di una rottura possano esserci diverse motivazioni, la virtuale totalità di esse può ricondursi a due macrocategorie: problemi di compatibilità, e problemi di abitudini.

Compatibilità

Statisticamente parlando, la prossimità rappresenta un fattore predittivo fra i più affidabili in ambito relazionale.  Secondo diversi studi, infatti, abbiamo una probabilità maggiore di iniziare una relazione con una persona fisicamente vicina, anche quando questo vada a scapito dell’effettiva compatibilità interpersonale. 

L’infatuazione non richiede alcuna compatibilità, ma non costituisce una solida base per una relazione a lungo termine. Tuttavia, è spesso sufficiente per alcune persone per iniziare un rapporto amoroso. Pensate alla vostra ultima rottura e al vostro partner. Eravate davvero fatti “l’uno per l’altra”? Volevate le stesse cose, nella vita? Avevate gli stessi obiettivi? Gli stessi valori e le stesse procedure per osservarli? Quando avete dato inizio alla vostra relazione, c’era qualcosa che avrete ardentemente desiderato ottenere dal rapporto, ma alla quale avete dovuto rinunciare? 

Se le abitudini possono essere organizzate e migliorate attraverso tentativi e correzioni, è improbabile che nel tempo due persone non compatibili possano trovare importanti affinità, tali da giustificare una relazione a lungo termine. Quali bisogni stavate cercando di soddisfare, quando vi siete buttati nella vostra precedente relazione? Vi sentivate particolarmente soli? Avevate paura del futuro? O pensavate di non poter trovare una persona adatta a voi? 

Se volete evitare di commettere nuovamente gli stessi errori, prendetevi del tempo per rispondere sinceramente ed esaustivamente a queste domande: 

  • quali caratteristiche del mio partner stridevano particolarmente con il mio modo di essere, andando a creare attrito?
  • Quali tratti caratteriali dovrebbe avere il mio partner ideale?

Provate a compilare un vero e proprio identikit del vostro partner ideale. E per farlo, attingete alle vostre precedenti relazioni! Quali tratti caratteriali del vostro partner mostravano una maggiore compatibilità con voi? Quali invece hanno creato delle difficoltà? 

Ricordate che le relazioni raramente presentano delle mezze misure in termini di qualità di vita, tenderanno a migliorarla o a peggiorarla. 

Abitudini

Le relazioni vengono modellate dalle abitudini che scegliamo di adottare. Questo assunto, che rimane vero a livello interpersonale a prescindere dal contesto (amicizia, famiglia, lavoro), influenza in particolar modo le relazioni intime. 

Se è vero che scegliere un partner compatibile è di cruciale importanza, per quale motivo molte coppie finiscono ai ferri corti o non vivono un rapporto felice, nonostante sembrino fatte l’uno per l’altra? 

La qualità di un rapporto non è data solamente dalla compatibilità personale, ma dal modo in cui scegliamo di coltivare il nostro rapporto. Pensate all’ultima volta che, all’interno di una relazione, vi siete ritrovati a provare frustrazione. Qual era la motivazione? Sentivate forse una mancanza di congruenza fra i vostri desideri e quelli del vostro partner, o non sentivate appagati i vostri bisogni? 

Se la risposta è la seconda, il motivo della frustrazione è da ricercarsi nelle abitudini che in quel momento stavate adottando. 

Riconoscere le abitudini sane dalle abitudini disfunzionali non è difficile:  vi basterà riflettere sul risultato a cui portano. Abitudini virtuose soddisfano i bisogni di entrambi i partner e ne incentivano la crescita. I comportamenti disfunzionali vanno a generare attriti e frustrazione in almeno un partner. 

Pensate a quello che vorreste nella vostra relazione, e comunicate al vostro partner i vostri desideri. Questa è forse l’abitudine più importante, all’interno di qualsiasi relazione: saper comunicare con chiarezza i propri desideri e i propri bisogni, senza aspettarsi che il partner il carpisca senza il nostro aiuto. 

Dopo aver espresso con chiarezza i vostri desideri, invitate il vostro partner a fare lo stesso, ed elaborate delle routine che soddisfino i bisogni di entrambi. 

Lo stato mentale di una persona appena lasciata, probabilmente non è dei migliori. Un costante borbottio emotivo, la sensazione che niente sarà più come prima, e l’attenzione che inevitabilmente vaga sui ricordi del rapporto, che nella loro felicità appaiono come lo specchio di un qualcosa che non ci sarà mai più. 

E’ molto comune per le persone reduci da una rottura, pensare che sia impossibile trovare una dimensione nella quale essere davvero felici, senza il partner perduto. E’ quindi importantissimo non lasciarsi andare al dolore, ma iniziare sin da subito a mettere le basi per la fase successiva della propria vita. Quale modo migliore per farlo, se non stabilire degli obiettivi su cui lavorare?

Dividete la vostra vita nelle varie aree che la compongono, fate un bilancio della vostra situazione in ognuna di esse, ed elaborate degli obiettivi che troviate stimolanti. 

Siete soddisfatti della vostra situazione lavorativa? Se no, che cosa non è ancora perfetto? Se aveste una bacchetta magica, che cosa cambiereste in un lampo? Vorreste un diverso impiego? O magari più tempo libero? Volete guadagnare più denaro? Aiutare più persone? 

Ritagliatevi del tempo per far sì che la vostra fantasia lavori per voi, e che crei nella vostra testa la vostra vita ideale. In che modo potete raggiungerla? 

E’ una naturale reazione dell’essere umano, quella di cercare un riparo dal dolore. Ci sentiamo spesso vulnerabili, di fronte a sensazioni ed emozioni negative. Non sappiamo come gestirle, e così cerchiamo un modo per stare meglio. Invariabilmente, il dolore andrà a lenirsi. Le persone sono infatti in grado di trovare, a livello istintivo, delle strategie capaci di diminuire il carico emotivo dell’intera situazione. Tuttavia, un dolore può essere affrontato in diversi modi, che possiamo riassumere in: 

  • strategie negative (autodistruzione)
  • strategie neutre (distrazione)
  • strategie positive (progresso)

Non è difficile immaginare quali comportamenti ricadano nella prima categoria. Solitamente, strategie di questo tipo vengono utilizzate da chi non si è preso il tempo per lasciar “scorrere” il proprio dolore, e cerca di reprimerlo. Trovare un rifugio nel cibo, in sostanze stupefacenti o bevande alcoliche, o lasciarsi andare ad attività altamente “adrenaliniche” (sport estremi, aggressività) può essere un palliativo a breve termine, che nel lungo periodo avrà conseguenze disastrose. 

Nella seconda categoria, ricadono invece le strategie di coping che di per sé non presentano tratti distruttivi, ma che non aiutano la crescita del soggetto. A differenza dei comportamenti palesemente distruttivi, le distrazioni possono essere subdole, e passare sotto i radar non solo delle persone vicine a chi sta affrontando una rottura, ma anche del soggetto stesso. La stessa attività infatti può avere un fine virtuoso o palliativo, ed è spesso difficile distinguere fra le due. Come regola generale, se dopo una rottura ci ritroviamo a investire particolari energie, tempo ed attenzione ad una certa attività, senza che essa migliori o peggiori la nostra qualità di vita, è probabile che ci stiamo cimentando in essa con il solo fine di distrarci. 

Abbiamo già parlato dell’importanza di avere nuovi obiettivi, che siano da una parte stimolanti, e dall’altra in grado di favorire la nostra crescita personale. 

Passare tempo con persone care

La società è un aspetto cruciale nella nostra vita, e non termina nella sfera sentimentale. Circondatevi di persone positive alle quali vogliate bene, e che ricambino questo sentimento. L’isolamento sociale non è mai una saggia scelta, specialmente nei momenti di sofferenza. Che sia in famiglia o fra amici, non abbiate paura di chiedere aiuto. Secondo uno studio della Harvard University, il nostro grado di felicità è direttamente proporzionale al numero di relazioni positive che abbiamo nella nostra vita. 

Lavorare su un nuovo progetto lavorativo

Saper disciplinare la nostra attenzione risulta particolarmente importante, specie in un momento di sofferenza. Se da un lato abbiamo ribadito l’importanza di lasciar “scorrere” il dolore senza reprimerlo, dall’altra abbiamo anche evidenziato la rilevanza di avere non solo nuovi obiettivi, ma strategie virtuose per superare le proprie difficoltà. Pensate alla vostra situazione lavorativa: quali stimoli può fornirvi? Cosa potete fare per aumentare le vostre entrate? Come potete organizzare il vostro lavoro così da poter avere più tempo libero da dedicare ad altri interessi? Volete conseguire un master? Volete costruire un secondo business per arrotondare lo stipendio? La fine di un rapporto può essere un’ottima occasione per rimettere in discussione altre aree della vostra vita in modo costruttivo: fatelo. 

Imparare a stare da soli

Come abbiamo già detto in precedenza, l’isolamento sociale non è mai una risposta costruttiva al dolore. Tuttavia, potreste voler prendervi del tempo da passare in vostra compagnia. Riflettete sulle vostre emozioni. Osservatele,  e cercate di comprenderne la natura. Imparate a conoscervi. Pensate a cosa vorreste dalla vostra vita, e quali azioni vi abbiano portato alla situazione di oggi. Ricordate che l’unica vera relazione dalla quale sarete sempre dipendenti, è quella che avete con voi stessi: fate sì che sia meravigliosa. 

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